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Risposta aperta all’Italia, investitori e startup

Posted by Stefano Bernardi On September - 7 - 2010

Disclaimer: le opinioni espresse in questo blog sono mie personali e non rappresentano in alcun modo quelle del mio datore di lavoro. Chiedo scusa in anticipo se il post dovesse risultare troppo lungo e sconnesso, ma è scritto da alberghi, uffici di startup, case di emigrati italiani, ed i pensieri da ordinare sono veramente tanti.

Leggendo la lettera di Augusto, il buon centinaio di commenti che ha scatenato (soprattutto quello di Max con annesso post) ed il post di Fabrizio mi sono passate per la mente tante cose, e vorrei cercare di metterle in ordine in questo post.

Per chi non mi conoscesse, mi ripresento al volo per dare un contesto alle mie parole.

Ho 23 anni, ed oggi lavoro in un fondo di venture capital italiano e fatto da italiani. Ho iniziato su internet verso i 19 anni, con le mie prima attività sviluppate dopo i corsi universitari, riuscendo a pagarmi gli studi e mettere qualcosa da parte. Nel frattempo ho creato il forum della mia università con 15000 iscritti ed ho vinto le elezioni universitarie 6 mesi dopo essermi iscritto. Mi sono laureato in ingegneria informatica e non ho intenzione di proseguire gli studi con una laurea specialistica. Tutto quello che so l’ho imparato da solo. Ho fondato la mia prima vera società a 21 anni, ed ho fallito per diversi motivi. Ho vissuto un anno in Spagna. Scrivo per TechCrunch. Nel tempo libero sto sviluppando equeety con altre 2 persone e GoWar con altre 5. E convivo. Non ho sicuramente finito un Phd al MIT a 19 anni ma penso di non essere nemmeno il tipico esempio di bamboccione.

Sapete qual è il vero problema? Che di gente come Augusto, come Passatordi, come me, con il drive, con la voglia di fare e di sbagliare, della nostra età, ce n’è veramente poca. Di gente che, all’università, il pomeriggio torna a casa ed invece di andare all’aperitivo o al fermatino si mette a sviluppare codice per il suo prodotto, di gente che si prende le ferie ed invece di andare in Sardegna se ne va in Silicon Valley a conoscere imprenditori e venture capitalists, ce n’è veramente pochissima. Gente carismatica, coraggiosa, ottimista, piena di difetti, forse arrogante. Gente così, in Italia non si trova troppo al suo posto e l’emigrazione non la vedo assolutamente come un punto negativo. Vivere all’estero è un diritto di tutti, conoscere altre culture, altre lingue, altre usanze è un’esperienza che va augurata a tutti perché è ciò che ti completa. Ti aiuta a trovare la tua strada e la tua comunità.

Io ho studiato ingegneria informatica, e vi posso garantire che non sono riuscito a trovare nemmeno un co-founder pababile tra i miei compagni di corso, e vi assicuro che molti erano nettamente più preparati e più intelligenti di me. Manca la scintilla, la pazzia, la voglia di fare qualcosa di diverso e di contribuire qualcosa di proprio al mondo, la voglia di seguire la propria passione e non vendersi per un lavoro 9-5 insoddisfacente ed una vita infelice. Manca l’estro tipico italiano.

Io purtroppo i vari Dettori, Lani, Marchetti & co, non li ho trovati. Si possono contare sulla punta delle dita ed è questo il vero punto dolente del nostro paese.

Ironicamente mi trovo a rispondere da San Francisco, dove sono in viaggio per vedere da vicino l’ecosistema della silicon valley, e sinceramente dopo pochi giorni che mi trovo qui ho la convinzione che appena deciderò di fare una mia startup, l’emigrazione sarà l’unica strada possibile per me. In sole due settimane ho conosciuto una quantità di gente qualitativamente incredibile, e strano ma vero, molti di loro sono italiani. Citandone uno: “l’italiano che è qui è diverso. L’italiano che viene a San Francisco non vuole farsi la piccola esperienza all’estero, viene qui perchè cerca qualcosa di specifico.” Il mio pensiero su tutte queste discussioni si ferma al constatare quanto siano inutili. Polemizzare sulla scelta di espatriare è poco produttivo. C’è chi come Augusto non è fatto per stare in Italia, e chi invece come Max, che ci si trova a pennello. Ognuno deve scegliere la sua strada, crearsi le sue opportunità e seguirle rischiando tutto ma soprattutto fare quello che ama.

E’ anche vero che ultimamente l’ecosistema si è rivoluzionato (dal basso), c’è molto più fermento, lo 0.01% della popolazione sa cos’è una startup e lo 0.001% sa cos’è un venture capital. Ci sono gli Startup Weekend con decine di partecipanti, ai nostri UpStart Roma ci sono centinaia di persone. C’è voglia di cambiare, ma c’è ancora poca voglia di rischiare (io forse autocriticamente ne sono anche per ora un esempio). C’è voglia di parlare, ma ancora poca voglia di fare. E dove c’è voglia di fare, c’è poca voglia di accettare il fallimento, i feedback negativi, di competere senza aiutini e sopratutto senza che tutto sia dovuto. C’è poca voglia di creare un prodotto che cambi il mondo.

Sapete poi qual è l’altro punto fondamentale? Che le startup ed i progetti che si vedono in Italia, in maggioranza fanno veramente ridere. La qualità è veramente bassa, gente che non sa quale è il suo mercato, team senza sviluppatori che vogliono dare tutto in outsourcing, cultura del prodotto inesistente, nessuna idea di come entrare sul mercato. Qui mi trovo a dar ragione a Max per alcuni punti. Una quote su tutte: “non è un diritto essere finanziati solo perchè si è giovani e si ha un’idea“. Va benissimo la voglia, l’idea, la volontà, i sacrifici, ma se il tuo risultato fa schifo c’è poco da lamentarsi.

Se visitaste gli SSE Labs, l’incubatore FATTO dai ragazzi di Stanford per i ragazzi di Stanford, rimarreste a bocca aperta. Gente di 19 anni che presenta come Obama, con un livello di profondità spaventoso, con una visione a 360 gradi del mercato, dei competitors, del futuro e della via per il successo a cui VCs americani dicono letteralmente “la tua presentazione fa schifo”. E loro “thanks for the honest and very helpful feedback” e la sera non stavano a scrivere un post su come i VCs non li avessero considerati, ma giù a cambiare il modello, il pitch, il prodotto.

Se si viene respinti in malo modo dai VCs, forse c’è qualcosa che non va nel prodotto, nel team o nel piano. I partners dei fondi di VC non sono proprio gli ultimi arrivati, e spesso hanno fondato loro stessi società di successo.

Parlando di dPixel, noi vediamo circa 6-700 idee l’anno ed è chiaro che è molto difficile rientrare in quelle 3 o 4 che verranno finanziate. I VCs devono rendere conto ai propri investitori, e per quanto piacerebbe investire e dare la possibilità a gente come Augusto di realizzare il proprio sogno, non è sempre fattibile per un piccolo fondo privato. Per questo purtroppo ci troviamo a scartare molta gente valida per diversi motivi. Non credo che questo ci faccia essere dei mostri. Non credo che chi non entra dentro Stanford o altre università si metta a scrivere che non è giusto. Probabilmente lo è, ma se volevi veramente entrare, studiavi di più.

Ora di chi è la colpa? Di tutti e di nessuno. In Italia non c’è (ancora) l’ecosistema. Le università non sono al livello di Stanford, Harvard, Mit, Berkeley etc. e finchè saranno pubbliche non potranno mai esserlo. I soldi non ci sono, perchè non c’è un mercato per l’exit delle startup, e chi li fa (con dovute eccezioni) preferisce tenerli o metterli nel mattone. I deal non si chiudono, perchè le società prima di lavorare con una startup preferiscono fallire. Il networking non si fa, perchè la propria idea è sacra e preziosa e guai a condividerla. Lo sviluppo si da in outsourcing, perchè fare startup è uguale a sviluppare un prodotto e poi venderlo. Da notare che sto bypassando tutti i problemi che si incontrano nell’assunzione delle persone, formazione della società, gestione della stessa, etc.

Chi possiamo “blame” in Italia?

  • I pochi investitori che rischiano tutto, vanno contro le istituzioni e le banche, montano fondi in Lussemburgo e Spagna, e cercano di aiutare in tutti i modi i piccoli sognatori italiani? Direi di no, anzi. E’ per questo che ho deciso di accettare l’offerta di dPixel, che è essenzialmente una startup, un sogno che per sostenersi ha bisogno di grandi sacrifici da parte di tutti, ma che continua a vivere ed aiutare gente come Stefano Passatordi (che sta comunque partendo per San Francisco) grazie all’impegno e alla fiducia di tutti.
  • I politici? Non c’è nessuna speranza di poter cambiare le cose solamente parlando, ma facendo.
  • Il sistema? Troppo facile.
  • La cultura? Si, ma sormontabile.
  • Gli studenti ed i giovani che puntano solo al posto fisso? Si e no, ognuno ha una storia personale diversa, e spesso la famiglia dove si cresce è molto influente.

Non c’è una vera soluzione, siamo solamente qualche decina d’anni indietro rispetto alla Valley. Ci arriveremo, ma sempre arrancando. A qualche persona, perdere gli anni più produttivi e creativi della propria vita in una situazione del genere, non sta bene.

Detto questo ci sono tre vie: 1) lamentarsi, 2) farla in USA e 3) rimboccarsi le maniche e farla in Italia. Direi che la prima è abbastanza facile escluderla, e preferirei lo facessero tutti. Fare startup in USA è possibile, ma difficile. Fare startup in Italia è possibile, ma molto più difficile.

In Italia è però forse paradossalmente più facile ottenere finanziamenti visto che la concorrenza è poca e molto scarsa. Fidatevi che se vi presentate con un prodotto fantastico, qualche migliaio di utenti ed un primo contratto, i soldi li trovate veramente facilmente, mentre, riquotando Max, “non è trasferendosi a SF che si viene finanziati“. A SF sareste solamente un altro sito come tanti altri che prima di ricevere finanziamenti deve “provarsi” molto di più.

Per costruire un’azienda di successo e globale, prima o poi serve comunque spostarsi, perchè servono soldi, tanti soldi. Qualsiasi storia di successo conta alle spalle decine di milioni di euro di investimento, prima di qualsiasi exit, ed in Italia questi soldi al momento semplicemente non ci sono. Sinceramente, se dovessi dare un consiglio ad un under 30, che si trova nel periodo più produttivo della sua vita, direi che conviene investire il proprio tempo ed i propri soldi nel prodotto, nel paese che preferisce, ma poi quando si inizia a fare sul serio, stare in Silicon Valley, non è più un optional.

Mi sono piaciuti molto i commenti di Francesco Sullo, (qui e qui). Uno che ha vissuto tutto l’iter è che ha ben chiaro il sistema italiano ed americano. Bisogna fare attenzione, l’America non è più l’America. Gli Stati Uniti, per molti versi sono un paese crudele, del terzo mondo, dove, se sbagli parecchio, finisci veramente per strada. Un paese che però da molte opportunità, e se non hai paura di fallire e perdere tutto, il payoff è molto alto.

Avere 19 anni è un vantaggio ed uno svantaggio allo stesso tempo. Si può rischiare tutto ma non si ha nessuna esperienza. Finanziare un’avventura come MashApe è molto difficile, ed io in quel contesto, fossi stato in uno di quei fondi, avrei dato parere negativo. Il prodotto era molto di nicchia ed ancora poco sviluppato, la vision non era troppo chiara, ed il team era molto giovane ed inesperto. Solitamente negli States quando si finanziano ragazzi di quell’età, non è raro che a 13 anni già scrivessero in assembly ad occhi chiusi, o che vendessero le marmellate della mamma su internet con fatturati di milioni di dollari.

Ora ho ri-incontrato Augusto a SF, e mi ha spiegato come ha fatto “pivoting” del suo prodotto ed insieme a Marco e Michele si stanno concentrando su una feature particolare, che era la più usata dagli utenti. Devo dire che il nuovo piano ha molto più senso, e la capacità di ammettere l’errore e cambiare in fretta è una delle cose più apprezzabili e mature. Fred Wilson & co su questo hanno scritto a palate.

Concludendo, delle discussioni mi interessa poco. Con dPixel in Italia ce la mettiamo tutta a finanziare i migliori e credo che tutti dovrebbero fermarsi a riflettere sull’enorme rischio e lavoro fatto da Gianluca e Frank in questi anni, ma devo ammettere che mi piacerebbe molto che la maggioranza della mia generazione sia fatta esattamente come te Augusto.

Se non è questa.. è la prossima, magari insieme. In bocca al lupo.

Update: da leggere assolutamente il commento di Augusto al commento di Max sul thread originale.

36 Responses to “Risposta aperta all’Italia, investitori e startup”

  1. Per quello che può valere la mia opinione, concordo su tutto.
    Specie la parte “ti guardi intorno ed i tuoi amici sono tutti dei rammolliti”.
    Specie la parte “sei sempre a lavorare e la gente ti prende per fesso”.
    Specie la parte “chiamami bamboccione e ti stacco a morsi la giugulare, piuttosto guarda il mio compagno di università”.
    Specie la parte “ha ragione Francesco Sullo: il problema è l’ecosistema”.

    Andrea

  2. Ciao Stefano,
    sono Stefano Pochet di Nealab, ci siamo “incontrati” su quora.
    Trovo la tua analisi eccellente e ragazzi con la tua intraprendenza ho sognato a lungo di incontrarli durante il mio percorso universitario, Ingegneria Informatica per la Federico II a Napoli.

    Giusto un appunto, qualcosina in Italia c’è ma non è stato mai pbblicizzato.

    Sin dalla scuola superiore ho sognato e lavorato ogni giorno e ogni notte per realizzare il mio sogno imprenditoriale. E’stato difficilissimo, ma tramite la sola liquidità proveniente da Google Adsense tre anni fa sono riuscito a mettere su la mia startup, qui a Napoli.

    Siamo ingegneri, i nostri prodotti e la nostra azienda peccano di comunicazione. Nessuno sa che prima che arrivasse Facebook avevamo realizzato nel sud un vivo e frequentato social network, nessuno sa che l’applicazione leader del dating in Italia è stata sviluppata da noi e nessuno sa che c’è un gruppo di 13 ingegneri lavora con modelli e metodi simili alla Silicon Valley, qui a Santa Lucia, a Napoli.

    Come te non ho una laure al MIT ma come te non sono il classico “bamboccione” e soprattutto ho dovuto accettare diversi compromessi.
    Oggi siamo rientrati in un progetto più importante:
    http://www.facebook.com/notes/gianluca-cozzolino/ciaopeople-e-i-social-media/475094081080
    Ma il nostro spirito e i nostri modelli sono rimasti vivi.
    Sarei felicissimo di incontrarti di persona.
    Sono in California la prossima settimana, tra il 10 e il 20, tra Los Angeles e San Francisco.

    E in ogni caso sarei davvero felicissimo di poterti ospitare qui da noi a Napoli e mostrarti la nostra realtà.

    Ancora congratulazioni,
    Stefano

  3. Daniele Tosi says:

    Stefano,
    quoto quanto scrivi, ma vorrei aggiungere una cosa. La paura del fallimento in Italia e’ in questo momento difficilemente sormontabile. E non sto parlando dei venture capitalists italiani, che ovviamente sanno i rischi del mestiere, ma del “resto del mondo” che difficilmente lo accetta.

    Ho fondato la mia prima startup a 16 anni, con una mia compagna di liceo. Vendevamo borsette per teenagers con cover intercambiabile (una figata pazzesca, era il 1998!). Non sapevamo ovviamente cosa fossero business plan, venture capital, strategia, ecc., ma siamo partiti con passione e senza paura, siamo cresciuti, esplosi e poi abbiamo fallito 2 anni dopo. Un percorso tipico di una startup.

    Tralascio le fatiche di approcciarsi a sponsor, organizzatori di eventi e clienti a 16-18 anni (ma non e’ stato poi cosi’ negativo). La cosa peggiore e’ stato l’affrontare le conseguenze del fallimento: nessuno dello staff che avevamo reclutato ci ha piu’ rivolto la parola; persino la commercialista che ci aveva sbrigato le pratiche burocratiche (e che ufficialmente era l’unica lavoratrice) ci ha voltato le spalle. 5 anni dopo, laurea specialistica in ingegneria con lode in mano, vado ai miei primi 3 colloqui di lavoro (due grandi nome del management consulting, un’azienda di TLC a Torino) e meta’ del colloquio verteva sul come e perche’ ho fallito. Insomma, fallisci a 16 anni e fallisci per sempre. Si cercano entrepreneurial-minded employee, ma non ne si accettano i fallimenti. Eppure sbagliando si impara, lo sanno anche i nonni.

    2 anni fa ho partecipato al Fulbright BEST, e all’interview per un internship a Experience Project (un social network anonimo basato a San Francisco), proprio mentre stavo preparando la mia seconda startup (che non e’ andata molto meglio…), mi hanno detto “Bene, chi meglio di un imprenditore di 16 anni puo’ aiutarci a sviluppare strategie di espansione a costo zero?”. Ne e’ nato un dibattito nel quale tutto il management team ha parlato dei propri fallimenti passati, e di come nessuno di questi abbia mai danneggiato la loro carriera (anzi!).

    La paura di fallire e’ qualcosa di utile e dannoso. E’ utile perche’ evita di buttarsi sulla prima cosa che passa in testa senza avere un’idea precisa di dove si vuole andare. Ma a un certo punto la paura di partire non ti fa partire del tutto. Lo ammetto con sincerita’: nonostante ora come ora abbia una gran voglia di lanciare la prossima startup (con una tecnologia potentissima nel campo dei sensori, sviluppata alla mia universita’), e abbia tutte le carte in regola, so che il prossimo fallimento potrebbe essere brutale e chiudermi molte porte. La tentazione e’ allora quella di partire piano, muoversi lentamente, aprire una lifestyle company che si barcamena. Ma io voglio cambiare il mondo, non sopravvivere, non sono capace a pensare in piccolo.

  4. Matteo Muia says:

    Mi permetto di quotare in pieno quanto scritto nell’articolo, e di aggiungere, una piccola postilla. Io sono Calabrese, sono iscritto ad Economia Aziendale all’Unical, mi sono impegnato nella mia vita di servire il prossimo e il mio popolo, ho fatto associazionismo da quand avevo 16 anni, pagando tutto con le mie forze, poi è entrata la politica ed oggi sono dirigente provinciale della giovanile del partito di maggioranza al Governo. Ho sempre lavorata, in estate ho sempre fatto il doppio lavoro: la mattina grafico/giornalista in un giornale locale e la sera dj nei locali; ho vissuto al meglio la mia giovinezza, ho sfruttato appieno le mie doti e la mia voglia di imparare. Poi l’università e stranamente, pensando di andare in un luogo di dibattito e di cultura, veloce, moderno, innovativo, mi ritrovai in un luogo chiuso, provinciale, lento, antico e sicuramente poco innovativo. Due anni fa la necessità si trasformò in virtù, e fondai una startup che purtroppo ancora oggi non vede la luce sul mercato, via per le modifiche necessarie al miglioramento della stessa, via per la mancanza dei fondi. Abbiamo sviluppato un sistema che permetterebbe di abbattere il digital divide. E comunque nulla di questo è importante, ho, abbiamo dimostrato di non essere dei bamboccioni, abbiamo dimostrato di fare e di saper fare, eppure c’è una sostanziale differenza tra noi e quelli che già alla nostra età ce l’avevano fatta: la Calabria.
    Vivo in un posto difficile dove tutto è negativamente espresso in potenza, dove il già negativo confronto italia-mondo, qui, in questi luoghi viene enfatizzato ed ingigantito.
    Ci viene difficile già arrivare a Milano per poter presentare di presenza il nostro progetto, del resto siamo tutti studenti, ed i fondi son quelli che sono.
    Però non mi arrendo, ne io, ne coloro che sono con me in questo progetto, voglio arrivare sul mercato e lo voglio fare dalla Calabria, sò che sarà difficile, sò che forse sarà impossibile, ma voglio tentare ancora, almeno un’ultima volta, e sperare che il merito vinca sulla raccomandazione.
    Sarà difficile ma so che si può fare.

    Ad maiora!

  5. emanuele says:

    Quello che scrivi Stefano è tutto giusto, ma ci sono ancora cose da dire: in primo luogo fare venture capital in Italia nel settore IT-media, è particolarmente difficile per una serie di motivi che mi piacerebbe riassumere:

    Il problema di base è legato a solo due elementi e da questo ne conseguono tutti gli altri, che rendono sterile questa attività nel nostro paese.

    1) Mancano società in grado di comprare tecnologia o base utenti, ossia traffico: analizzando i player che hanno fatto M&A negli scorsi anni ci sono: Dada, Ilsole24, Edizioni Master, Banzai

    Dada, ha fatto una buona operazione con blogo, ma una a mio parere pessima o meglio infruttuosa con Splinder. Bilancio: “prima di fare un’altra acquisizione ci pensiamo su tre volte”. Inoltre, sempre di più il business di dada, si sta spostando in Usa con la musica e Brasile e sud america con suonerie, Vas, arbitraggio vario in diverse modalità…. In italia rimane forte con i domini….

    Il sole24 ore con blogosfere, non ha fatto un grande affare e da ultimo la società è stata ceduda a Goadv, che in tutti i modi sta cercando di uscire dal business dell’arbitraggio con una strategia da content farm, tipo AOL, prima con Excite e ora con Blogosfere, cercando di diventare una content farm europea. Bilancio del sole24, “per ora rafforziamo il business interno, rifatto il portale, paola bonomo sta cercando di fare un bel lavoro per dare solidità alla parte digitale.

    Banzai, entra in realtà di solito in aumento di capitale, dando spesso quote della Mamma, e un pò di soldini cash, puntando però a creare un gruppo polivalente. Sempre a mio parere un modello carino, ma con gli esiti tutti da dimostrare in quanto prendere il 51 % o il 60 % non significa avere acquisito totalmente la società e avere un pò di problemucci su i dividendi a fine anno o sul controllo dei costi degli stipendi di chi è rimasto dentro alla target con il 30%. In questo caso il venture e la start-up non ha tanta voglia di farsi comprare perchè non ritorna immediatamente, a mano di una quotazione immediata di banzai in borsa.

    Edizioni master: il mio preferito in termini di capacità e dinamicità: ha speso circa 10 ml di euro da quando è entrato nel web 3 anni fa, ma compra, per ora molti siti editoriali, e su target core.

    Dunque chi è rimasto….nessuno…a chi vendere ? all’estero ? ha ecco il
    2) secondo punto: il mercato italiano conta 20/24 ml di utenti online, wow !! con un livello di maturità in navigazione, acquisto e utilizzo della carta di credito del Marocco…

    A chi non interessa entrare in un bel mercato del genere….? a tutti i grandi player, hai poca utenza per i business B2c e poco abituata ad un utilizzo commerciale del web.

    Da questi due primi punti nascono tutti i problemi del venture capital in italia:

    I soldi ci sono e tanti, ma nessuno li investe o meglio rischia tanto, perchè i ritorni non ci sono e allora preferisce investire sul medicale, farmaceutico o cleantech etc….

    I fondi sono pochi perchè i soldi raccolti sono quasi tutti pubblici e ci vuole una Sgr che ti costa 1 ml di euro solo per poter accedere al bando senza avere garanzie di prendere soldi pubblici con una mano politica.

    I fondi sono anche pochi perchè le banche sono quasi tutti retail in italia e non sono così rischiose come le banche d’affari o i fondi di fondi che sono molto presenti in Usa o Uk. Inoltre, tutte le banche hanno fondi captive, ossia di loro proprietà e gestiti da loro…sono pochissimi i fondi di private equity indipendenti….
    Cosa ne deriva, che la banca preferisce aprirsi un fondo proprio azionario o obligazionario, e se proprio vuole rischiare lo fa in grandi fondi di private equity internazionali o cartolarizzazioni sfrenate…almeno unicredit, le altre neanche quello !!

    La legislazione, per creare una nuova start-up è molto complicata e costosa e la pressione fiscale molto alta.

    Le start-up ci sono !! i ragazzi o meglio gli imprenditori pochi…molto tecnici…ma senza doti imprenditoriali o manageriali, ma per avere i manager ci vogliono un pò di soldini, o almeno un prospettiva di fondi per l’azienda da rassicurare il manager che potrà lavorare tranquillo per almeno due o tre anni, non un seed di 150 K dove non ci si fa nulla, tranne un parziale prodotto e poi si chiude !!

    Infine, nessuno ragiona su i modelli di business, solo e sempre pubblicità che nel nostro paese, online vale come un turacciolo !! non bisogna mai partire dall’italia, lasciatela perdere anche se è la vostra lingua e il vostro paese….fatela direttamente in inglese !!!! non perdete tempo…l’unico vero modello che può funzionare in italia è quello Israeliano…ossia fare in italia e poi andare a cercare soldi negli Usa e stabilirsi li….per poi vendere e fare exit !!

    emanuele tha

  6. Fantastico, grazie (e te lo dice una vecchietta), ho imparato un bel po’ dal tuo post!

  7. riccardo luna says:

    felice di aver intercettato questo post… caro stefano io una idea ce l’avrei, mi piacerebbe affidartela. ti chiamerò

  8. Tara Kelly says:

    I fatti sono semplici.

    1) Una startup va creata nel luogo in cui intendi fare fundraising.

    Nessuno angel o VC, americano o britanico, da retta ad un’azienda Italiana. Non dico che non ti danno soldi, dico che non ti ascoltano nemmeno. Non interessa. Si potresti sviluppare in Italia per un’azienda USA – ma devi *studiare*. Serve un piano preciso di accordi, strategia IP e quant’altro. E’ molto complesso.

    2) “Chi conosci” dipende da te.

    Se hai poche possibilità di incontrare *con regolarità* e *in persona* i potenziali partner in business, ti sarò presoche impossibile stringere deal con loro. Vale per investitori, altri imprenditori, fornitori, advisor, staff, executives, futuri compratori, etc. Vuoi chiedere i deal? Vai dove puoi creare una communità intorno al tuo business. Networking!

    3) Una Srl Italiana manca dei strumenti fondamentali.

    Non hai azioni. Non puoi gestire un option pool per stringere dipendenti e partner ai tuoi fianchi. Senza azioni preferenziali i tuoi investitori saranno costretti a prendere grosse quote dell’azienda (togliendo molto controllo da te) solo per rientrare con un exit. Qualcosa si riesce a simulare con i patti para sociali, ma entro certi limiti. Se non sai l’importanza delle azioni, se non capisci la differenza fra quote, common stock e prefered stock, se non sai a che cosa serve un option pool… leggi VentureHack – tutto.

    4) Un ecosistema è cosa ben concreta.

    Sei un imprenditori, e vuoi rischiare. Ok. E il tuo commercialista? Il tuo avvocato? Chi ti affitta la stanza dove lavori? Investono su di te offrendoti pacchetti per startup, consulenze iniziali gratuiti o facendoti delle introduzioni verso investitori o altri business partner? Questo vuol dire ecosistema. Se non hai questi vantaggi – come pensi di competere con chi ne ha? Vai dove c’è un ecosistema fiorente, o il tuo business soffrirà, forse anche in modo fatale.

    5) Il business plan devi farla tu, non il commercialista.

    Il business è tuo. I “numeri” sono la tua responsabilità, come anche conoscere il mercato, saper negoziare e riuscire a comunicare la tua idea. Gli investitori non ti hanno capito? Colpa tua. Non puoi andare all’estero perché non parli la lingua, non hai un visto, non hai il denaro? Trova il modo comunque. Il problem solving estremo è lo sport preferito di chi fa business.

    Chi non si lagna, troverà chi l’aiuta. Ma per favore ricordate che nulla vi è dovuto e in fin dei conti la responsabilità è solo tua.

    6) Il conflitto distrugge valore.

    Evitatelo. Non mi esprimo sul resto dei thread in questi giorni. Se volete crescere un ecosistema in Italia, bisogna farlo con un occhio critico, certo, ma non polemico.

    Bene, ora vado a sistemare le valigie. Domani ho un volo per San Francisco. Se le mie esperienze con Passpack possono essere d’aiuto a qualcuno, basta contattarmi.

    In bocca al lupo tutti.

  9. Anna says:

    Bravo Stefano, bel post!

    Qualcosa si muove, anche se lentamente e con direzioni non ancora del tutto chiarissime.
    Mi sono piaciuti i commenti di Emil e di Francesco in risposta alla lettera di Augusto.

    Dalla mia breve esperienza come analista in IAG, devo dire che di buoni progetti se ne vedono pochi (e soprattutto di bravi imprenditori). In 8 mesi passati a fare screening credo di poterli davvero contare sulle dita di una mano.
    Gli investitori e i soldi sono pochi, è vero, ma per quello che ho vissuto io, la carenza più grave riguarda la mentalità imprenditoriale.
    Da noi succede anche che quando gli investitori sono pronti a darti 1 milione di euro per la tua start up, dall’oggi al domani gli imprenditori rifiutino i soldi perchè non vogliono cedere una quota della società o perchè si impuntano e non accettano le clausole standard dei term sheet tipiche degli investimenti dei VC.

    Citanto Stefano “Concludendo, delle discussioni mi interessa poco. Con dPixel in Italia ce la mettiamo tutta a finanziare i migliori e credo che tutti dovrebbero fermarsi a riflettere sull’enorme rischio e lavoro fatto da Gianluca e Frank in questi anni, ma devo ammettere che mi piacerebbe molto che la maggioranza della mia generazione sia fatta esattamente come te Augusto.”

    E quello che mi auguro anche io, e voglio essere ottimista. L’Italia non sarà mai come la Silicon Valley (con tutti i contro ma anche con tutti i pro!), ma siccome qualcosa si muove per un momento metterei da parte tutte le critiche al Bel paese e lascerei che facesse i primi passi. Ci sono sicuramente altri ragazzi come Augusto e ci sono investitori risposti a rischiare e a credere.

    La lettera di Augusto ha fatto riflettere tutti e ha attirato l’attenzione del mondo del VC italiano (solo per il numero di commenti e di persone che hanno scritto significa che l’interesse c’è). Chissà che forse la prossima volta che dei ragazzi di 20 anni si presenteranno alla porta di qualche fondo, troveranno qualcuno disposto a rischiare un po’ di più?
    Tutti abbiamo da imparare e sono convinta che i due anni dei Mashaper spesi in giro per lo stivale siano stati utili certamente a loro e abbiano in un certo senso aperto un piccolo sentiero ai prossimi.

  10. Ciao Stefano
    condivido tantissimo la tua analisi. Trovare persone simili con cui costruire startup è davvero difficile, in Italia siamo davvero in pochi che ci occupiamo di web e ancora di meno con idee imprenditoriali!

    Sarei davvero felice di incontrarci sia per quel progetto che ti ho mandato sia per altri possibili sviluppi, in realtà ci siamo già incontrati allo startup weekend ma abbiamo parlato solo 2 minuti!

    Dobbiamo sviluppare progetti buoni anche in Italia… o trasferirci tutti negli states ;-)
    Davide

  11. Ale says:

    Bel post Ste, bravo!

    Non mi e’ piaciuto quello di Augusto pero’ per tutti i motivi che hai citato tu. Mi piace anche quello di Ema ed io sono sempre + talebano: in Italia non c’e’ speranza… si puo’ partire anche da qui, fare anche un brevissimo test di mercato (non nell’enterprise software, ovviamente) e poi andarsene velocemente.

    Al mio 1o modulo Kaufmann il fondatore di Northwest Partners (60 exit da 30B cumulati) ha chiaramente detto che l’innovazione nasce nei paesi dove ci sono gli “early adopters ed i close collaborators” e l’Italia manca degli uni e degli altri.

    Cosa devono fare i VC Internet focused? Investire, testare il prodotto, americanizzare la societa’ dal tempo 0 e spostarla, that’s it.

  12. Quanta qualità in questi commenti.. incredibile. Grazie a tutti!

  13. Ale says:

    http://www.facebook.com/home.php#!/video/video.php?v=1225112791621&ref=nf

  14. Guk says:

    Concordo con emanuele tha. Se non ci sono aziende disposti a creare degli “exit” per le startup italiane, allora il VC italiano non andrà mai da nessuna parte.

  15. [...] letto i vari post (TagliaBlog 1 e 2, Capobianco e Bernardi, Infoservi) e le centinaia di commenti che ne sono scaturiti. Ci voleva. Discussione estremamente [...]

  16. @Stefano, hai fatto un ottimo post, però vorrei porre un accento forte su un passaggio che credo tu minimizzi un po’ troppo: la cultura conta moltissimo – cultura nel senso psicosociale del termine. E’ proprio quello il cardine di tutto!

    Se c’è poca “voglia di rischiare”, è un problema di cultura.
    Se c’è poca “voglia di fare”, è un problema di cultura.
    Se “non si accettano i fallimenti”, è un problema di cultura.
    Se “non si accettano le critiche”, è un problema di cultura.
    Se i progetti presentati “fan schifo”, è un problema di cultura.
    Se anche i progetti belli “non si sanno presentare”, è un problema di cultura.
    Se “a 19 anni loro hanno una visione a 360°” e noi no, è un problema di cultura.
    Se il “networking non sappiamo farlo”, è un problema di cultura.

    Capisci bene, potrei andare avanti a lungo, quasi riprendendo ogni frase, ogni commento. Ma è inutile no? Diventerei anche io uno di quelli che fanno commenti sterili. Perché anche quelli sono un problema: commenti ai quali non seguono azioni. Dovremmo tutti agire di più e parlare di meno. Non è cultura questa? :)

    Non basta essere programmatori a 12 anni per diventare superstar. Io a 12 anni programmavo e sai che differenza ha fatto? Nessuna. Assembly a 13? Beh non erano 13 ma a 16 mi divertivo con SoftICE. Ma sai il problema? Qui non è neppure un vanto! E’ una cosa che a lungo ho dovuto dire sottovoce. Dovremmo fare in modo che i giovani possano urlare quando sono bravi. Non è cultura questa? :)

    Loro? Loro a 16 anni hanno già in mano tutti i tasselli per aprire una società. Non perché vogliono, ma perché la cultura USA è centrata per darti quella possibilità. E non si tratta di sapere programmare in Assembly a 13, chi sa come vanno le cose capiscono che io a dire che a 12 anni programmavo già non fa alcuna differenza. Perché non catalizza, manca tutto il resto. Infatti, puoi sapere anche solo un linguaggio e uno strumento ma sapere che per fare funzionare quell’idea devi avere anche tutti gli altri pezzi. E lì allora fai la differenza. Dobbiamo fare in modo che questi tasselli arrivino automaticamente anche nelle mani degli italiani. Non è cultura questa? :)

    Quindi, ancora, ancora, ancora: dobbiamo iniziare a cambiare noi stessi. Tu dici passione, è verissimo! Ma anche tutto il resto, perché a me la passione non è bastata perché come mi han detto anni dopo persone con molta più esperienza di me “io non saprei vendere un ghiacciolo il spiaggia d’estate”. Sto imparando, ora, ma son tutte informazioni, esperienze, abilità che è F-O-N-D-A-M-E-N-T-A-L-E diffondere.

    Dobbiamo creare cultura.
    Dobbiamo fare capire che si può fare.
    Dobbiamo rimuovere la stigmata dalla parola “fallimento”.
    Dobbiamo vedere i piccoli lamenti che ci impediscono di agire, e agire invece.
    Dobbiamo aiutare chi sa meno di noi perché solo assieme possiamo riuscire.
    Dobbiamo unirci.
    Dobbiamo collaborare.
    Dobbiamo smetterla di vederla come un noi-vs-voi.
    Dobbiamo fare networking, quello vero, quello delle competenze.
    Dobbiamo darci fiducia.
    Dobbiamo darci entusiasmo.
    Dobbiamo evitare le negatività.
    Dobbiamo evitare di distruggere il lavoro di altri per invidia o frustrazione.
    Dobbiamo evitare punzecchiature e frecciatine.
    Dobbiamo fare il tifo fra di noi.
    Dobbiamo apprezzare le abilità altrui anche se di un concorrente.

    Quindi, Stefano, dici che la cultura è sormontabile? Si, ma ci vorranno tante persone come tutti quelli che stanno partecipando a queste discussione e ci vorranno anni. Ma tu qui hai fatto il tuo pezzo di creazione di questa cultura, e sono sicuro per quel poco che ti conosco continuerai su questa strada (magari in futuro avremo modo di conoscerci meglio). E tutti dobbiamo procedere egualmente. :)

    Ora? Ora c’è già qualcuno che mi ha contattato, ha raccolto alcuni commenti costruttivi e sta cercando di creare un altro pezzettino di questa cultura, come altri prima, come noi ora, come altri che seguiranno. Io sto cercando di fare la mia parte e aiutare a unire le forze il più possibile, motivo per cui in questi giorni ho postato un po’ ovunque anche se il tempo era per me tiranno. :)

    Siamo tutti coinvolti, tutti dovremmo provarci, anche solamente diffondendo queste discussioni, aggiungendo il proprio parere, il proprio “+1″, il proprio “bella idea”. A volte è dura fare una startup da soli la sera, e anche solo avere qualche early adopter che ti sostiene facendo il tifo per te e aiutandoti a trovare altri utenti vuol dire molto. :)

    Per certi versi, un grosso peso lo portano le persone che fanno startup.
    Chi non vuole o non può, può però giocare un enorme ruolo diventando il gruppo dei primi follower, aiutando a crescere, dando consigli, facendo conoscere il servizio agli amici.

    Tutti possiamo avere una parte positiva in questo cambiamento. :)

  17. Anna Sargian says:

    Io sono d’accordo con Stefano, e secondo me non ha minimizzato il punto sulla cultura sormontabile.

    Le vere rivoluzioni partono dal basso, dalle Startup Night di Milano e UpStart Night di Roma, da Startup Weekend che sta organizzando il secondo e terzo evento in Italia, dal primo The Hub che è stato aperto a Milano (e finalmente si parla anche di social entrepreneurship), dalla quarta edizione del Venture Camp di Mind the Bridge che si terrà a Novembre etc. etc.

    Tutte iniziative nate da persone che si divertono e neanche ci hanno pensato a fare la lista dei problemi.

  18. Anna, in altri termini, tutte persone eccezionali e appassionate che stanno lavorando per cambiare la cultura! ;)

    Dico minimizzare il problema nel senso non che è impossibile, ma nel senso che servirà un lavoro di anni… ma è grazie a tutte le persone che citi e altre, grazie anche a queste stesse discussioni che la cultura cambierà. Già oggi ci sono molte più persone che ci stanno pensando, ed è grazie al contributo di tutti! :)

  19. brava Anna.
    Ragazzi vorrei fare due precisazioni.
    1-Non sempre Silicon Valley uguale ricerca VC. Ci sono due storie “italiane” che lo confermano. Paolo Siccardo- laurea a Genova, Phd a Stanford- ceo di http://www.digitalkeystone.com l’azienda l’ha fatta lasciando HP diversi anni fa, e non ha mai avuto VC per scelta (pur essendo oggi uno dei leader nel DRM). Oggi ha sedi a Mountain View e Aix en Provence ( e i primi italiani in azienda li ha presi dal Silicon Valley study Tour). Loris Degioanni- laurea e phd a Torino, cto di http://www.cacetechnologies.com , l’azienda l’ha fatta con un socio professore italo americano a Davis ( UCDavis), ha fatto consulenza in USA per pagarsi i costi iniziali ( proprio come in Italia…) poi ha cominciato a crescere . Oggi ha 30 persone e 15 vengono dal Poli Torino con cui ha mantenuto un fil rouge…..quindi non si va necessariamente in SV per il VC.
    2- un Vc italo americano amico mi ha chiesto quest’anno di trovare investitori e magari medici ( con $) in Italia per aprire in Italia un fondo di VC mirato al Biomed…evidentemente stima la ricerca fatta dalle Università italiane in medicina…. e ha fiducia che la start up si possa fare in Italia
    chi avesse interessati mi contatti

    Replyhttp://www.digitalkeystone.com l\’azienda l\’ha fatta lasciando HP diversi anni fa, e non ha mai avuto VC per scelta (pur essendo oggi uno dei leader nel DRM). Oggi ha sedi a Mountain View e Aix en Provence ( e i primi italiani in azienda li ha presi dal Silicon Valley study Tour). Loris Degioanni- laurea e phd a Torino, cto di http://www.cacetechnologies.com , l\’azienda l\’ha fatta con un socio professore italo americano a Davis ( UCDavis), ha fatto consulenza in USA per pagarsi i costi iniziali ( proprio come in Italia…) poi ha cominciato a crescere . Oggi ha 30 persone e 15 vengono dal Poli Torino con cui ha mantenuto un fil rouge…..quindi non si va necessariamente in SV per il VC.\r\n2- un Vc italo americano amico mi ha chiesto quest\’anno di trovare investitori e magari medici ( con $) in Italia per aprire in Italia un fondo di VC mirato al Biomed…evidentemente stima la ricerca fatta dalle Università italiane in medicina…. e ha fiducia che la start up si possa fare in Italia\r\nchi avesse interessati mi contatti’); return false;”>Quote
  20. [...] giorni ho seguito con interesse le conversazioni online avviate dai post di Augusto, Fabrizio, Stefano, [...]

  21. Alessandro says:

    Bel post Stefano!
    Soprattutto per la voglia di far sentire una “voce” che molte volte sembra non esistere…
    Di sicuro la tua analisi è giusta e concordo con molte prese di posizione!

    L’unica cosa che non mi piace, anche riferito al post di Augusto, è l’uso di alcuni “luoghi comuni” tipo:

    - per far start-up bisogna essere sotto i 30 anni…
    - il tuo compagno di corso o i tuoi compagni di università sono preparati ma non hanno l’idea o il drive o nessuno dei due…ecc

    Io sono terribilmente italiano per il modo di pensare e sicuramente nella maggior parte dei casi è vero, ma se vogliamo far rinascere economicamente e industrialmente il nostro paese non dobbiamo pensare in questo modo.
    Un americano non pensa così, non solo perchè nel suo paese non è così… Le eccellenze ci sono e dobbiamo farle conoscere fino alla noia. Dobbiamo cercarle con il lanternino, pubblicizzarle, solo così potremmo vedere dei risultati e la gente non penserà: “tanto sono tutti dei rammolliti ecc…”

    Proprio per questo il lavoro di Paolo (vedi post sopra) è la chiave.
    Non è vero che le università migliori al mondo sono irragiungibili. Alcuni esempi:

    - Sul progetto di tesi a cui ho lavorato l’anno scorso quest’anno due phd student di Berkeley stanno facendo una start-up (quindi le mie idee e quelle della NOSTRA università non erano male…ed è già tanto!)

    - Una grossa ditta di semiconduttori la Marvell ha creato un centro a Pavia e il suo CEO ha detto: “non c’è nessuna differenza tra il dipartimento di elettronica di Pavia e quello di Stanford/Berkeley”!

    Quindi gli esempi ci sono e potrei citarne tantissimi come la start-up Silicon Biosystems di Bologna che sviluppa chip biomedicali da 8 anni quando all’epoca in Silicon Valley non ci avevano pensato nemmeno a queste cose!
    Ma anche in altri settori come quelli del networking a Torino c’è una scuola e dei gruppi molto forti (i risultati sono cacetech e non si sa quanti Ing Polito a Cisco in SV).

    Il trucco è far emergere queste eccellenze e costruire qualcosa intorno a loro…solo con questi esempi ho coperto molti settori (biotech,microelettronica, networking..)!

    Poi non concordo sul fatto di avere meno di 30 anni per fare una start-up…in ambito web certo è possibile ma la vedo dura nei prossimi anni dove i settori saranno molto interdisciplinari e complessi (vedi Singularity University).
    Per carità se uno ci riesce ben venga ma di solito i geni (19 anni PhD al MIT) non fanno start-up. Ci vuole qualcosa in più, magari con meno intelligenza ma con vision incredibile ed altre qualità.
    Le cose poi sono sempre più complesse e il mercato sempre più veloce…non posso farmi un chip medicale nel garage e nemmeno una fuel cell, ci vogliono conoscenze (non nasci imparato se devi fare il phd ci vuole tempo) ed esperienza!
    Purtroppo il mondo non è più quello di Zio Bill o Zio Steve…
    Guardate il tizio di Bloom Energy (300 milioni di $ da Doerr e la sua firma) avrà 50 anni!
    Tutto è molto complesso e variabile e una start-up non segue una regola semiempirica (quella di sotto i 30 anni).
    Poi se volessimo per assurdo fare una statistica (non mi piace in queste cose perchè l’epoca di Alessandro Magno è diversa da quella odierna) troverete tante start-up che sono fondate da gente anche oltre i 30 e magari anche 40. Quindi se mai la regola direi che è opposta!

    Perciò l’unica cosa è far emergere i buoni esempi e cercare di migliorarsi, migliorarsi, migliorarsi…cercare di fare sistema networking e tutte le cose che sono emerse nel post e nei commenti di tutti!

    Scusate la lunghezza del post, spero di aver reso chiari i miei pensieri!fatemi sapere che ne pensate!
    See you in SV!

    Alex

  22. Gino says:

    Ciao Stefano,

    mi trovo d’accordo su tutto, soprattutto sul tema “ecosistema”. Non esiste, ma è anche un pò colpa nostra, del nostro essere italiani, quella diffidenza e sistematica attenzione al dover sempre avere un ritorno immediato anche solo a fare una introduzione, dal mettere a disposizione il proprio network.

    Detto questo, è anche vero che dieci anni fa, quando io ero all’Università e tornavo a casa come te per dedicare tempo ai miei progetti piuttosto che stare a cazzeggiare al bar, non c’erano certo tutte le possibilità di networking e condivisione di conoscenza che ci sono oggi.
    Nel 2000 i VC (se c’erano) non erano raggiungibili da un gruppetto di studentelli, era difficile incontrare altre persone motivate, era impossibile pensare che da una università del sud si potesse aspirare ad altro che non fosse un posto fisso.

    Alcune cose sono cambiate, altre stanno cambiando, molte dovranno cambiare. Però è anche bello essere parte e testimone di questi cambiamenti.

    Gino

  23. Sai che siamo d’accordo io e te ;-)

    Bravo, bel post, hai toccato tutti i punti, come sai fare.

    massimo

  24. Massimo Sgrelli says:

    Bravò!

    Di persone che quando tornano a casa dall’università scelgono di programmare o studiare extreme programming ce ne sono pochissime. Nulla di più vero. Da un certo punto di vista io dico “meglio per noi”. La concorrenza è nettamente minore e quindi avere successo in Italia (ma anche un po’ in Europa) è più facile, perché la “generazione dell’aperitivo” non sa proprio di cosa parliamo.

    Al di là quindi di quello che io ritengo essere un vantaggio competitivo – per chi decide di rimboccarsi le maniche invece di “bambanare” -, rimane il fatto che stare per qualche periodo a San Francisco ti fa rendere conto di quali sono le cose che da noi non potrei trovare (se non con molta …. mooolta più fatica):

    * un ecosistema maturo, dove si impara in fretta (perché trovi tanti che hanno una REALE esperienza);
    * un ambiente dove la gente sa comunicare su un palco in modo chiaro e senza imbarazzo a 20 anni (non 65);
    * una platea che ha voglia di investire tempo per andare ad ascoltare cosa hanno da dire ragazzi di 20 anni (da noi questo è rarissimo);
    * una velocità impressionante con cui accadono le cose ed una quantità di occasioni di incontro tale che il “networking” non è un problema (anzi, devi stare attento che non ti travolga);

    Di ragazzi come Augusto, Marco e Michele di Mashape ce ne vorrebbero molti di più – e ve lo dice uno che ha deciso di scommettere sulla loro “capacità di fare”.

    Io in Italia ho creato un’azienda che ha delle radici solide e sono convinto che ci siano enormi opportunità per chi ha voglia di creare qualcosa di speciale. E’ anche vero però che se parliamo di aziende di prodotto (e non di consulenza), di quelle Internet che piacciono a noi, allora la fioritura vera (quella coni moltiplicatori interessanti) la si può trovare *solo* nella Bay Area.

    Il mio consiglio è: fateci un annetto appena dopo l’università e vivetelo come se fosse un master (vero). Trovate lavoro là, almeno per un po’. Poi guardatevi attorno e se volete tornate in Italia per fare come Balsamiq (che di 25.000 licenze ne ha vendute 50 nel bel paese): programma da Bologna ma vende nel mondo.

    Io intanto sto pensando di aprire la sede numero 4 della mia azienda a San Francisco, perché lì di business da fare ce ne è tanto – e non solo come startup.

  25. Ra says:

    ciao
    sono un’arzillo vecchietto 52, che vede sempre più vicino l’incrocio fatidico: parto o non parto? io qui non mi ci trovo più e voglio cambiare.
    anche nel tagliaerba ho lasciato un mio messaggio. da poco frequento spazi come questo. ho iniziato a farlo per avere info dato che sto cercando investitori privati ma … é dura.
    ma mi conforta vedere quanta gente si muove in questa direzione e non nella solita ( ….. ).
    ragazzi, in bocca al lupo a tutti quelli che vedono un strada …
    e non una via di fuga!

  26. [...] and lively debate about the Italia startup environment kicked off by he founders of Mashape and followed up by Stefano Bernardi, I want to add my point of view of the startup environment in Milan as I have [...]

  27. Stefano, concordo con te, ho scritto anch’io una risposta aperta a Marietti qui per spiegare meglio come la penso sulla questione.

    http://gianlucadettori.nova100.ilsole24ore.com/2010/09/italia-investitori-e-startup.html

  28. [...] virtuale molto acceso, in particolar modo di Massimo Ciociola, seguito, in ordine temporale, da Stefano Bernardi e da Gianluca Dettori. Fino ad oggi, ho letto in maniera passiva i vari post e commenti sui blog, [...]

  29. Hai ragione, anche se certe idee riportate pongano altre possibili questioni!

  30. Milly Swets says:

    “I commonly see unexceptional views on the subject but yours it’s written in a pretty unusual fashion”

  31. You have some outstanding info on blog! I’ll visit to stay updated.

  32. [...] l’articolo, che ad oggi conta quasi 200 commenti ed ha prodotto una serie di rimandi e discussioni in tutta la blogosfera. Ovviamente tema centrale è stato “abbandonare il Paese o rimanere [...]

  33. yymovcom87 says:

    tn requin femme

  34. yymovcom87 says:

    tn requin homme

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